VIOLENZA E AGGRESSIVITA': una dipendenza che coinvolge il cervello
Scoperti indizi di un rapporto tra bullismo e circuiti cerebrali del piacere
Un recente studio condotto dai ricercatori del Mount Sinai Hospital di New York cimostra i violenti e gli aggressivi sotto una nuova luce. Secondo gli scienziati infatti il comportamento aggressivo verso soggetti più deboli potrebbe essere legato all’alterazione del meccanismo cerebrale della ricompensa, quel complesso sistema di azioni e reazioni che ci fa provare piacere nel fare qualcosa (per esempio fumare una sigaretta) al punto da volerlo ripetere.
La biologia dell’aggressività è nota da tempo e coinvolge strutture cerebrali ben identificate, quali i nuclei ventromediali dell’ipotalamo, l’amigdala e i circuiti limbici.
Quello che ancora non si conosceva era il circuito della ricompensa legato all'aggressività: che cosa scatena nei bulli la gratificazione che segue l’espressione di violenza?
Come è facile intuire, questi meccanismi possono giocare un ruolo chiave nel favorire la ripetizione di comportamenti aggressivi.
Intanto va sottolineato che l'origine dell'aggressività è anche nei geni e nel cervello: non sono soltanto le libere scelte personali o le influenze ambientali e sociali che inducono a fare del male al nostro prossimo. Aggressività deriva da aggredior (aggredisco) che, come ingredior, progredior, regredior, è un composto di gradior (vado, cammino, mi avvicino, entro in contatto).
L’aggressività implica una dimensione relazionale di moto verso un oggetto.
Molti sono gli studi e le ricerche effettuati attorno a questa problematica ‘aggredita’ da angolature diverse: dalla biologia all’etologia, dalle neuroscienze alla psicologia, dalla sociologia alla criminologia, dalla filosofia alla teologia.
La biologia evidenzia l'alterazione osmotica dell'aggressività umana e animale; le neuroscienze studiano le strutture neurofunzionali, neuroendocrine, euroconnettive dei neuroni e la morfologia dell'encefalo; la psichiatria mette in rilievo gli aspetti psicopatologici del comportamento; l'etologia compara il comportamento animale con quello umano; la psicologia sottolinea la strutturamentale, emozionale, cognitiva; la sociologia studia i comportamenti sociali che determinano fenomeni aggressivi; la criminologia clinica studia come e quando l'aggressività individuale produce un comportamento criminoso.
In criminologia l'aggressività assume sempre un significato patologico, un significato di devianza, di anormalità. L'aggressività, in criminologia clinica, costituisce l'espressione di un comportamento che causa del male fisico o psichico all'altro.
Il comportamento aggressivo è presente negli esseri umani con caratteristiche variabili, molteplici sono poi i fattori che, nell’interagire, determinano un’alterazione nell’equilibrio tra impulsi attivi aggressivi e processo di controllo.
L’aggressività si manifesta quando gli ‘impulsi aggressivi’ per situazioni conflittuali esterne, per un’intrinseca compromissione organica, per una riduzione del sistemadi controllo, per fattori connessi a una disinibizione chimica o per aspetti di fragilità intrapsichica, si esternano in un atto.
Le determinanti dell'aggressività dell'individuo che produce del male sono da ricercare in vari fattori come quello sociale, psichico, biologico, psicopatologico, neurobiopsichico.
L'aggressività espletata all'infuori del proprio contesto di specie è funzionale ad un meccanismo di attacco e fuga finalizzato alla difesa e alla sopravvivenza: è questa la lotta per la sopravvivenza, di cui parla Darwin.
Per Lorenz tutti i grandi predatori sviluppano, nel corso della filogenesi, una radicale inibizione a usare le loro potenti armi naturali contro i membri della stessa specie, pena l'inevitabile estinzione.
Un lupo non uccide mai un altro lupo, ma il lupo perdente offre al vincente la gola in segno di sottomissione.
L'inibizione è fortissima e agisce sistematicamente.
Negli esseri umani la specializzazione emisferica coinvolge cognitività e demozionalità.
A quanto pare un recente studio condotto da alcuni ricercatori del Mount Sinai Hospital ha analizzato e mostrato il bullismo ed i bulli sotto un nuovo punto di vista: secondo gli scienziati, infatti, il comportamento aggressivo verso soggetti più deboli potrebbe essere legato all'alterazione del meccanismo cerebrale legato alla ricompensa, ossia quel complesso sistema di azioni e reazioni che fa provare piacere alle persone nel fare una determinata cosa, (esempio più classico: fumare una sigaretta), al punto da volerlo ripetere più volte.
In pratica la biologia dell'aggressività è nota da tempo e coinvolge strutture cerebrali ben identificate, quali i nuclei ventromediali dell'ipotalamo, l'amigdala ed i circuiti limbici, ma tuttavia quello che ancora non si conosceva era, appunto, il legame tra il cosiddetto "circuito della ricompensa" e l'aggressività.
In sostanza durante il suddetto studio gli scienziati si sono chiesti: "Che cosa scatenanei bulli la gratificazione che segue l'espressione di violenza?"; la risposta è stata che, come è facile intuire, questi meccanismi possono giocare un ruolo chiave nel favorire la ripetizione di comportamenti aggressivi.
Entrando un po' più nel dettaglio i ricercatori newyorkesi hanno condotto la loro analisi su diversi gruppi di topi: per 3 giorni consecutivi hanno messo nella gabbia dei maschi adulti un soggetto più giovane, il quale naturalmente si trovava così in una posizione di inferiorità sociale.
Così facendo hanno scoperto che il 70% dei soggetti più anziani ha manifestato comportamenti aggressivi nei confronti del piccolo mentre il 30% non ha mostrato alcuna reazione.
Inoltre nei giorni successivi i maschi risultati essere "bulli" sono stati testati con la tecnica della risposta condizionata, vale a dire che sono statimessi in grado di scegliere se affrontare nuovamente la situazione che aveva scatenato quella risposta aggressiva oppure ritirarsi senza creare seccature.
Il risultato di ciò è stato che tutti i topi aggressivi hanno scelto nuovamente di affrontare e sottomettere il giovane intruso: secondo gli scienziati questo sarebbe un chiaro segnale che la reazione violenta precedente ha lasciato negli animali un piacevole ricordo, al punto tale da far sviluppare in loro una dipendenza ed indurli a ripetere l'esperienza una seconda volta.
Adogni modo una volta constatato ciò iricercatori newyorkesi si sono concentrati sull'identificazione dei circuiti neuronaliche scatenano questa sensazione piacevole: attraverso l'utilizzo di sostanze chimiche specifiche che inibiscono alcune sinapsi, hanno identificato delle strutture in alcune connessioni tra il prosencefalo basale e l'habenula laterale che nei topi controlla, appunto, il comportamento aggressivo.
Comunque sia, anche se adesso serviranno ancora numerosi studi per verificare il funzionamento di queste strutture cerebrali nell'uomo, se queste prime intuizioni dei ricercatori fossero confermate potrebbe, infine, aprirsi la possibilità di una terapia farmacologica per il trattamento dell'aggressività, della violenza ed ovviamente del bullismo.
Cosa scatena la gratificazione che segue la violenza?
Utilizzando tecniche elettrofisiologiche e istologiche, gli scienziati hanno evidenziato come ad una maggiore attivazione, nei “bulli”, dell’acido GABA (con funzione diinibizione) corrispondesse una ridotta attività in quell’area del cervello che solitamente codifica l’avversione per gli stimoli aggressivi.
Nel gruppo dei “nonbulli”, al contrario, si registrava una ridotta attivazione dell’acido GABA e un conseguente incremento della risposta neurale che respinge gli stimoli aggressivi.
La gratificazione e il piacere sperimentati nel compiere atti di bullismo, dunque, potrebbe trovare una sua origine anche nel cervello.













